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Chiara Giovanni

Giovanni Chiara è nato e vive a Milano. E’ autore di romanzi (Premio Bagutta 2000) tradotti in francese, tedesco, olandese e portoghese, oltre che autore teatrale (Premio Fersen 2004). Si occupa di divulgazione musicale e artistica.

 

ARCIPELAGO ITACA*
Volver“, mi sono sentito ripetere anche troppe volte, e “volver” significa tornare.
Chi lo diceva era mia moglie, spesso fra le lacrime. Era cilena, di madre danese e nonno marchigiano, rossa di capelli, la pelle di latte sempre in guerra contro il sole, alta e diritta, bella come una dea e matta come un cavallo.
La sua Itaca si chiamava Valparaiso, con quella sorta di reggia in cui era cresciuta nella ricchezza più ostentata e pacchiana, fra stuoli di servitori sfruttati e malpagati che le avevano fatta facile la vita.
Rimpiangeva tutto ciò dal bilocalino all’estrema periferia dove l’avevo portata, e fra noi ogni giorno era una secchiata in più nel già vasto oceano delle incomprensioni. Finché si è messo di mezzo l’oceano vero, per una veloce Odissea verso la sua dorata Itaca.
Ma Itaca, a raggiungerla:
“Non so, mi sembra tutto diverso da prima, non mi trovo più, mi sembra di essere stata via cent’anni” mi ha detto al telefono, nel suo inglese stentato che faceva il paio con la stentatezza del mio: i matrimoni possono andare a rotoli anche per difetto linguistico, finisce sempre per mancare la parola adatta al momento opportuno.
Nell’anima Itaca non è un’isola che taglia l’orizzonte, ma un arcipelago dalle molte isole, tutte con lo stesso nome. Non il ritorno, perciò, ma i ritorni, salvifici di meta da raggiungere e ingannatori nella loro speranza di farci rivivere ciò che si desidera ritrovare, né l’esperienza riesce a vincere la barriera dell’inganno, e a dirci che nulla sarà più come l’abbiamo custodito dentro di noi. I ritorni alle Itache di ciò che è stato dovrebbero regalare vita, invece dissotterrano fossili della memoria: ci si aspetta di immergersi in quei mari, al contrario si trovano rocce e schegge color terra di conchiglie dalle esistenze lontane.
In ognuno di noi palpita l’irrequietezza di un piccolo grande Ulisse, che ci fa mentitori al punto che, per meglio ingannare l’inganno, ci rassettiamo d’istinto prima di metterci davanti allo specchio che invece dovrebbe dirci come rassettarci.
E per i più questo Ulisse non è quello di Dante, acceso dalla sete di conoscenza, o quello del viaggio per il viaggio di Kavafis, ma l’altro, minimo e intimo di Pascoli, che torna a Itaca e, per il tanto che ha mentito a se stesso ricordandola, non la riconosce. Perché, forse, la voglia di ingannarsi tornando è nata insieme con il primo uomo, dopo la sua cacciata da un’Itaca chiamata Eden.
Lei, comunque, nella sua Itaca, per quanto l’abbia trovata mutata, è rimasta.
Giovanni Chiara

* Da “Volver”, Giallotre, TRE del dicembre 2006